Telefisco 2014‎ > ‎

Rendite finanziarie

LA RIVALUTAZIONE CORRE SU UN DOPPIO BINARIO

La convenienza va pesata in vista di una vendita

L'inizio del 2012 vede i contribuenti e i loro consulenti impegnati per scegliere l'opportunità o meno di ricorrere a due diverse disposizioni, che hanno a oggetto il riconoscimento fiscale del valore dei titoli e delle partecipazioni, nella prospettiva di una possibile successiva vendita tassabile per il capital gain.

Stiamo parlando della decima replica di una possibilità concessa fin dal 2001, di rideterminare il valore delle partecipazioni non quotate, mediante il pagamento di una imposta sostituiva del 4% o del 2%, a seconda che la quota posseduta sia da considerare qualificata o meno.

La seconda disposizione ha un antecedente logico del 1° luglio 1998, quando venne introdotta l'attuale disciplina del capital gain e bisognava evitare che le plusvalenze prima intassabili fossero colpite dalle nuove norme di imposizione. Ora il tema è analogo, ma attiene all'aumento dell'imposta sostitutiva per il capital gain non qualificato, dal 12,50% al 20 per cento.

Per maggior chiarezza chiameremo "rideterminazione" l'oggetto del primo provvedimento e "affrancamento" quanto previsto dal secondo. I destinatari di queste disposizioni sono i soggetti fuori dalla tassazione di impresa: privati, enti non commerciali, società semplici o studi associati e società estere prive di stabile organizzazione, per le quali occorre verificare la tassabilità in Italia in base alla convenzione e al relativo protocollo.

In alcuni casi i due strumenti messi a disposizione del contribuente potrebbero presentarsi come alternativi, ma non per le partecipazioni societarie qualificate, che sono escluse dal affrancamento. Inoltre, data la situazione di crisi economica e finanziaria, il problema di maggior rilievo attiene non tanto alla possibilità di rivalutazione, ma al fatto che i valori attuali sono di norma inferiori a quelli di una precedente rideterminazione per le partecipazioni non quotate o al prezzo di acquisto, specie per quelle quotate.

La norma relativa alla rideterminazione del valore delle partecipazioni non quotate possedute al 1° luglio 2011 vede la scadenza del 30 giugno 2012, data entro cui bisogna asseverare la perizia e procedere al versamento almeno della prima rata dell'imposta sostituiva (se dovuta, data la possibilità di compensazione con analoghi precedenti pagamenti), a meno che non si tratti di titoli in regime amministrato, nel quale caso occorre procedere all'asseverazione e alla comunicazione all'intermediario prima della cessione del titolo rivalutato. Per l'affrancamento il termine è del 31 marzo 2012, nel caso dei depositi amministrati o di quelli a custodia e del 30 settembre per i titoli in regime dichiarativo.

Le norme di riferimento sono rispettivamente:

- l'articolo 7, comma 2, lettere dd) a gg) del Dl 70/2011 convertito dalla legge n. 106/2011 (noto come decreto Sviluppo);

- l'articolo 2, commi da 29 a 32 del Dl 138/2011 convertito dalla legge 148/2011 (la manovra di Ferragosto). Le disposizioni regolamentari o le istruzioni amministrative sono state, sempre per ciascuna delle due disposizioni (rideterminazione e affrancamento):

-- la circolare n. 47/E/2011;

-- il Dm Finanze del 13 dicembre 2011 (pubblicato sulla "Gazzetta Ufficiale" n. 292 del 16 dicembre 2011).

Vediamo allora le regole nel dettaglio.

La rideterminazione

La norma sulla rideterminazione onerosa del valore delle partecipazioni è tuttora l'articolo 5 della Finanziaria 2002 (legge 28 dicembre 2001, n. 448).

Questa disposizione è rimasta immutata nel tempo, nonostante il quadro di riferimento sia mutato anche significativamente (basta pensare alla riscrittura del Tuir dal 2004, con la soppressione del credito di imposta sulla distribuzione di utili): le norme successive si sono limitate a spostare in avanti la data alla quale bisogna essere titolari delle partecipazioni non quotate e quella di asseverazione della perizia e del versamento dell'imposta sostituiva.

Il calcolo dell'imposta sostitutiva ha come imponibile non la plusvalenza potenziale, ma l'intero valore rideterminato, per evidenti motivi di semplificazione. Questa disposizione viene utilizzata per il possesso di azioni non negoziate nei mercati regolamentati o di quote, ove il calcolo del costo fiscale ante rideterminazione è tutt'altro che semplice. Quanti conoscono e soprattutto quanti riescono a calcolare il costo fiscale di una partecipazione in società di persone, dove la regola vigente è stata scritta solo nel 2004, ma verosimilmente retroagisce al primo acquisto della partecipazione, magari con il versamento nell'atto costitutivo? La regola è contenuta nel quinto periodo del sesto comma dell'articolo 68 del Tuir: il costo (documentato) è aumentato o diminuito dei redditi e delle perdite imputate al socio, scomputando poi, fino a concorrenza dei redditi già imputati, gli utili distribuiti.

Il titolare che intendeva modificare il valore della partecipazione rispetto all'ultima valutazione era tenuto ancora a pagare per intero l'imposta sostitutiva, con una evidente doppia tassazione, il quanto il nuovo imponibile comprendeva anche il precedente.

L'ultima proroga, cioè quella in vigore fino al 30 giugno prossimo, consente invece di compensare il nuovo pagamento con quanto corrisposto in passato, oltre ad aprire una finestra per il rimborso di quanto era stato era stato duplicato.

L'affrancamento

L'aliquota di tassazione del capital gain non qualificato (o su strumenti finanziari diversi dalle azioni o quote) è passata dal 12,50% al 20%, relativamente a quanto realizzato dal 1° gennaio 2012. Resta ferma l'aliquota del 12,50% (formalmente si applica il 20% sul 62,50%) per i titoli di Stato e assimilati, relativamente ai quali si possono conseguire sia redditi di capitale, mediante lo stacco della cedola o l'incasso dei ratei di interesse nel caso di vendita prima dello stacco, sia redditi diversi, conseguenti alla differenza tra il prezzo di vendita e quello di costo.

Le disposizioni del Dl 138 consentono di procedere ad una sorta di vendita figurativa dei portafogli, la cui consistenza e titolarità rimane invariata. Le plusvalenze e le minusvalenze si calcolano come se fosse intervenuta la vendita al 31 dicembre al prezzo di mercato o a uno specifico valore per il non quotato. Si procede alla somma algebrica di plus e minus, e i casi sono due (pressoché impossibile è immaginare il pareggio esatto): se prevalgono le plus si paga sulla somma algebrica l'imposta sostitutiva del 12,50%, se prevalgono le minus non si paga niente, e la perdita netta così rilevata - abbattuta al 62,50% per tener conto della diversa aliquota di tassazione - può essere riportata in avanti sino al 31 dicembre 2015. Nel frequente caso in cui il titolare del rapporto disponeva già di un riporto di minusvalenze per realizzi pregressi, questa somma negativa viene computata algebricamente nel calcolo della base imponibile dell'imposta sostitutiva.

Negli altri articoli saranno approfondite le regole per il calcolo del affrancamento al 31 dicembre 2011: si farà riferimento alle ultime quotazioni di borsa per gli strumenti finanziari quotati, mentre per il non quotato esiste la possibilità di scegliere tra la frazione del patrimonio netto contabile della società in base all'ultimo bilancio approvato (quindi di regola al 31 dicembre 2010), o il risultato di una perizia asseverata.


PRIMA SCADENZA ENTRO IL 2 LUGLIO

Il decreto Sviluppo (Dl 70/2011) non ha modificato il contenuto della norma di origine per la rideterminazione del valore fiscale (o "rivalutazione") delle partecipazioni non quotate, ma si è limitato a cambiare le date di una legge di proroga (Dl 282/2002), ponendo la condizione del possesso al 1° luglio 2011 e della conclusione delle operazioni di asseverazione e versamento dell'imposta (o almeno della prima rata) al 30 giugno 2012 (salva l'anticipazione per le quote in deposito amministrato). Questo termine cade di sabato, e si dovrebbe quindi ritenere differito a lunedì 2 luglio, anche se la circolare 47/E nulla dice al riguardo.

Le differenze

Il testo vigente continua a dichiarare che la rideterminazione del valore delle partecipazioni non quotate opera esclusivamente per il calcolo delle plusvalenze e minusvalenze di cui all'articolo 81, comma 1, lettere c) e c-bis), del Testo unico delle imposte sui redditi, ora articolo 67, riferendosi rispettivamente alle partecipazioni:

- qualificate,come le azioni (non di risparmio), e ogni altra partecipazione al capitale o al patrimonio delle società di persone o di capitale, nonché diritti o titoli attraverso cui possono essere acquisite le predette partecipazioni (opzioni, obbligazioni convertibili), qualora le partecipazioni, i diritti o titoli ceduti rappresentino una percentuale di diritti di voto esercitabili nell'assemblea ordinaria superiore al 20% (2% per le quotate) ovvero una partecipazione al capitale o al patrimonio superiore al 25% (5% per le quotate);

- non qualificate, vale a dire quelle di entità inferiore.

La nozione di cessione qualificata o non, ai fini delle modalità di tassazione della plusvalenza, dipende dall'entità della partecipazione ceduta nell'arco di dodici mesi mobili, mentre ai fini dell'imposta sostitutiva per la rivalutazione la percentuale del 4% piuttosto che del 2% va riferita all'entità del possesso alla data di riferimento, anche se la parte che si decide di rivalutare fosse nei limiti di una cessione non qualificata (si veda il grafico numero 3).


LIQUIDAZIONI IN UN VICOLO CIECO

L'effetto della rideterminazione ai soli fini del capital gain comporta l'irrilevanza quando il risultato economico viene conseguito con somme pagate dalla società in sede di recesso, esclusione o liquidazione. E se non si riesce a vendere la quota a un terzo, la somma pagata è denaro perso.

Questa rigida lettura della norma è stata più volte ribadita dall'amministrazione finanziaria, nelle circolari 35/E/2004 e 16/E/2005, emanate dopo le modifiche al Tuir del 2004. Nel Testo unico del 2001 la base imponibile del capital gain non coincideva con quella del reddito di capitale da liquidazione o recesso, dato che in queste ultime ipotesi entrava in gioco il credito di imposta sulla parte della distribuzione formata con utili (articolo 44, comma 3, del Testo unico all'epoca vigente). Soppresso il credito d'imposta, le basi imponibili sono identiche per entrambe le ipotesi, ma finora resta la chiusura a riguardo.

Altra situazione a rischio è quella relativa al titolare della partecipazione che decede prima di aver venduto. Infatti l'articolo 68, comma 6, secondo periodo, dispone che si assume come costo il valore definito o, in mancanza, quello dichiarato agli effetti dell'imposta di successione. Solo per i titoli esenti rileva il valore normale all'apertura della successione.

La risoluzione 158/E/2008 aveva riconosciuto la rilevanza del valore rideterminato dal defunto solo per le successioni aperte dal 26 ottobre 2001 al 2 ottobre 2006, quando è stata abolita l'imposta. Oggi l'effetto del tributo successorio potrebbe essere identico, in virtù della rilevanza delle franchigie, ma formalmente si applica la norma che bypassa il valore rideterminato.

La materia va armonizzata e resa coerente, anche per non indurre in operazioni che rischiano di diventare elusive.


NON QUOTATE AL TEST DEL VALORE

Il passaggio dal 12,50% al 20% dell'imposta sostitutiva "secca" sul capital gain non qualificato comporta specifiche regole per consentire ai contribuenti di computare con la vecchia aliquota le plusvalenze maturate fino al 31 dicembre 2011, determinando un risultato equivalente a quello che si otterrebbe vendendo e ricomprando i titoli nello stesso momento. Le minusvalenze pregresse aventi scadenza al 31 dicembre 2011 possono essere utilizzate - per l'ultima volta - ai fini di questo calcolo.

Il meccanismo è disciplinato dal decreto ministeriale del 13 dicembre 2011, e fotografa la posizione del contribuente, anche se il soggetto titolare di più rapportie/o di un insieme di titoli non amministrati può legittimamente escludere dall'operazione uno o più di questi sottoinsiemi. All'interno di ciascun rapporto o consistenza dichiarativa, l'affrancamento deve essere però totale.

Il vincolo

L'unico vincolo relativo a titoli presenti in più dossier e/o in regime dichiarativo riguarda il cumulo che renderebbe la partecipazione qualificata, per la quale non è possibile applicare l'imposta sostitutiva. Ipotizziamo che il titolare del 30% di una società di capitali, abbia immesso il 10% in un rapporto amministrato, il 5% in un altro rapporto di tale genere e gestisca il residuo 15% in regime dichiarativo. In attesa di specifici chiarimenti, riteniamo che dovrà limitarsi ad affrancare un 20 per cento.

Una differenza tra le regole del regime dichiarativo e del risparmio amministrato riguarda i titoli venduti nel corso del 2012, prima dell'esercizio dell'opzione: nel primo caso rientrano nel calcolo complessivo dell'affrancamento, nel secondo caso esulano da questa possibilità, in considerazione della natura dell'amministrato, in cui il valore fiscale deve essere noto all'intermediario giorno per giorno, prima di qualsiasi cessione (è lo stesso criterio per l'asseverazione della perizia nella rideterminazione).

Il riferimento

Non ci sono particolari problemi per la valorizzazione di quanto trova riscontro in un riferimento ufficiale: ultima quotazione di borsa disponibile al 31 dicembre 2011 o valore delle quote dei fondi di investimento (diversi da quelli immobiliari) al 31dicembre 2011.

L'imposta sostitutiva viene calcolata sull'imponibile differenziale rispetto al costo fiscalmente riconosciuto dei titoli.

Più complesso il calcolo per le partecipazioni non quotate (sempre di entità non qualificata), in quanto il decreto consente l'utilizzo di due diversi criteri:

la frazione del patrimonio netto contabile della società, risultante dall'ultimo bilancio approvato prima del 31 dicembre 2011. Si tratterà pertanto - nei soggetti ad anno solare - di quanto risulta dal bilancio al 31 dicembre2010;

- la frazione del valore economico del patrimonio netto, determinata sulla base di una perizia asseverata.

Quest'ultima modalità di valorizzazione è la stessa della rideterminazione del valore della partecipazione, ma diversi sono i metodi di calcolo:

- la rideterminazione comporta il pagamento del 2% dell'intero valore della quota;

- l'affrancamento è soggetto al 12,50% del plusvalore latente, cioè della differenza tra il valore periziato e il costo fiscale della partecipazione.

Il decreto non contiene nessuna disposizione che consenta la scelta tra rideterminazione e affrancamento delle partecipazioni non quotate.

Le minusvalenze

L'andamento negativo delle borse, e anche delle attività espresse da partecipazioni non quotate, pone in evidenza che il contribuente interessato all'affrancamento potrebbe trovarsi con:

- minusvalenze realizzate su vendite fatte sino al 31 dicembre 2011, nei limiti della riportabilità al quarto periodo di imposta successivo;

- minusvalenze virtuali o latenti, calcolate nel confronto tra il valore al 31 dicembre 2011 e il costo fiscalmente riconosciuto.

Il decreto prevede espressamente che le prime possono essere utilizzate per compensare la base imponibile positiva dell'affrancamento e che le seconde possono essere utilizzate sino a tutto il 2015 (quarto periodo di imposta successivo al 31 dicembre 2011).

Possono al riguardo verificarsi varie situazioni:

a) affrancamento positivo maggiore delle minus pregresse: la base imponibile dell'imposta sostitutiva è al netto di queste ultime;

b) affrancamento positivo minore delle minus pregresse: si riporta il 62,50% della differenza, nei limiti e sino alla scadenza di compensabilità delle minus;

c) affrancamento negativo e minus pregresse: per entrambi gli importi, si potrà utilizzare il 62,50%, ferme restando le scadenze delle minusvalenze realizzate in passato.

Le altre attività

L'aumento della tassazione delle cedole e del capital gain non si applica ai titoli di Stato ed a quelli ad essi assimilati. Peraltro il dettato della legge e del provvedimento prescrive che tutti i titoli presenti in un rapporto amministrato debbano essere affrancati. Si tratterà, in pratica, di pagare anticipatamente il 12,50% nel caso di titoli pubblici plusvalenti.

In base alle norme di legge e del regolamento vanno inclusi nell'affrancamento anche i redditi delle lettere da c-ter) a c-quinquies) dell'articolo 67: titoli non rappresentativi di merci, certificati di massa, valute estere, metalli preziosi allo stato grezzo o monetato, quote di partecipazione ad organismi d'investimento collettivo; contratti a termine o derivati su attività finanziarie. 


DOPPIA TASSAZIONE CON VIE D'USCITA

Ma come si possono recuperare le imposte pagate sulla stessa base imponibile in presenza di una pluralità di rideterminazioni dei valori delle partecipazioni non quotate? Davanti al contribuente si prospettano tre ipotesi delineate dalla circolare 47/2011 dell'agenzia delle Entrate.

Le imposte pregresse

La prima ipotesi è quella relativa all'utilizzo delle imposte pregresse a titolo di credito sull'imposta dovuta per questa rideterminazione.

- Il valore inferiore. La prima precisazione della circolare 47/E/2011 riguarda il caso in cui la nuova perizia riporti un valore inferiore a quello determinato in altre precedenti valutazioni.

Teoricamente non è necessario procedere a una valutazione riduttiva, in quanto già immaginata dalla norma di origine, secondo cui non rilevano le minusvalenze derivanti da un prezzo di cessione inferiore al valore di perizia.

Ma con la situazione negativa dell'economia, in particolar modo nel caso in cui il minor prezzo di realizzo sia rilevante rispetto all'ultima perizia,una nuova valutazione al ribasso può essere un utile strumento di supporto, per evitare o quanto meno contenere una possibile rettifica del prezzo da parte dell'amministrazione finanziaria, in altri termini per evitare che quanto manca alla perizia precedente costituisca presunzione di un incasso "in nero".

Questa perizia riduttiva può consentire il rimborso della minor imposta, in quanto se - ad esempio il valore precedente era di 1.000 e oggi di 700 - l'imposta sulla differenza di 300 è nei limiti di quella dovuta sull'ultima rideterminazione (700).

- La perdita di "qualificazione". Un'altra ipotesi di costo zero potrebbe essere quello di un possesso qualificato (per il quale era stato pagato il 4%), a cui corrisponde oggi un possesso non qualificato, in virtù di vendite intervenute nel frattempo, che può essere convalidato con l'aliquota del 2%, anche se il valore della quota fosse superiore. La legge parla infatti di scomputo dell'imposta e non dell'imponibile.

L'imposta scomputabile è quella effettivamente pagata, e pertanto l'esempio contenuto nella circolare riguarda il pagamento al 31 ottobre 2010 della prima rata della precedente rivalutazione. L'effettuazione di una nuova rideterminazione (in tal senso il criterio era già questo in passato) esonera dal pagamento delle rate successive della precedente, e pertanto i conteggi proseguono in base all'importo dovuto, al netto di quanto già pagato.

La "compensazione"

La seconda ipotesi formulata dalla circolare riguarda il caso del contribuente che non intende procedere ad una nuova rideterminazione, ma si trova ancora in debito per le rate della precedente rideterminazione. Se non ha già presentato la domanda di rimborso per una precedente rideterminazione, può togliere dalle rate ancora dovute l'imposta pagata in passato.

Il rimborso

Il terzo caso è quello in cui non si proceda a una nuova rivalutazione e non vi siano rate a scadere, ma sia stata eseguita in precedenza più di una rideterminazione. O ancora, così come previsto dalla legge, nella circostanza in cui il contribuente decida di pagare per intero l'imposta dovuta ora, senza scomputare il credito per le imposte pregresse.

Qui bisogna necessariamente ricorrere alla procedura di rimborso, ai sensi dell'articolo 38 del Dpr 602 del 1973, usufruendo anche della remissione in termini sino al 14 maggio 2012, ove fossero trascorsi più di 48 mesi dal versamento. L'importo del rimborso non può essere superiore a quello dovuto in base all'ultima rideterminazione.


RIMOSSI I VINCOLI SUL FINANZIAMENTO

La manovra di Ferragosto (Dl 138/2011, convertito dalla legge 148/2011) tenta la riorganizzazione dei redditi di capitale e di quelli "diversi" (rispettivamente articolo 44 e 67 del Tuir), senza però arrivare a quanto aveva già previsto la legge delega del 2003, in base alla quale qualunque provento che deriva da un'attività finanziaria dovrebbe essere qualificato in un'unica categoria.

Le ragioni

Il titolare di un portafoglio titoli percepisce interessi o dividendi, che sono tassati come reddito di capitale, mentre le minusvalenze realizzate nel caso di smobilizzo di tutto o parte del dossier determina una minusvalenza riportabile solo su redditi della stessa natura (tenendo comunque distinte le plusvalenze e minusvalenze qualificate da quelle non qualificate). In nessun caso esiste una compensazione orizzontale tra redditi di capitale e redditi diversi negativi (cioè minusvalenze).

Le disposizioni soppresse

Il comma 25 dell'articolo 2 del Dl 138 sopprime due disposizioni ormai storiche, ma tuttora vigenti:

- il comma 8 dell'articolo 20 del Dl 8 aprile 1974, n. 95 (legge 7 giugno 1974, n. 216);

- i commi da 1 a 4 dell'articolo 7 del Dl 20 giugno 1996, n. 323 (legge 8 agosto 1996, n. 425).

Le cooperative

La prima riguarda la tassazione secca al 12,50% sugli interessi corrisposti dalle cooperative a mutualità prevalente ai loro soci finanziatori: anche in questo caso si applicherà il 20 per cento. Ma per quanto riguarda le cooperative minori (meno di 50 occupati e 10 miliardi di euro o attivo patrimoniale) la ritenuta è a titolo di acconto.

La sottocapitalizzazione

La seconda norma era una disposizione nata con lo scopo di evitare la sottocapitalizzazione delle imprese, cioè la situazione in cui il titolare o i soci dispongono di strumenti finanziari propri, che mettono a garanzia del fido concesso alla loro impresa.

La disposizione era conosciuta tra gli addetti ai lavori con il nome di "ritenuta Prodi". Questo perché la misura era contenuta in un decretolegge nato con una manovra dell'estate 1996 di quel governo, e comportava l'aumento di 20 punti delle ritenute sui redditi di capitale delle attività finanziarie messe a garanzia.

In pratica, la finalità della disposizione era quella di evitare che la società portasse in deduzione gli oneri finanziari corrisposti alla banca, risparmiando le imposte ad aliquota piena, mentre le persone alle quali veniva riferita l'attività beneficiavano della tassazione secca del 12,50 per cento.

Con l'introduzione delle regole thin cap dal 2004 , questa sovraritenuta era stata confermata, sia pure attraverso un calcolo complesso legato alle quote di oneri finanziari indeducibili.

L'applicazione di questo onere colpiva anche le garanzie prestate a terzi dal depositario dei titoli, con una serie di ulteriori complicazioni nel caso di società multinazionali.

Questa ritenuta, come le altre presentate anche nella pagina precedente, si applica fuori dal reddito di impresa, e quindi anche a carico delle società estere prive di stabile organizzazione in Italia.

L'eliminazione di questo onere è avvenuta per effetto di una specifica disposizione del decreto Milleproroghe (articolo 29, comma 3, del Dl 216/2011), a decorrere dal 1°gennaio di quest'anno, con riferimento agli interessi e proventi maturati a partire da questa data. (si veda il grafico 6, 7)


Grafico 1

La rivalutazione di partecipazioni non quotate

Graf1.gif (4850 byte)


Grafico 2

Il Capital Gain non qualificato
  

   Graf2.gif (5197 byte)


Grafico 3

L'effetto della rivalutazione
 

Graf3.gif (13942 byte)

)

Grafico 4

L'affrancamento delle plusvalenze latenti

Graf4.gif (4698 byte)


Grafico 5

Il rimborso della doppia tassazione
  

Graf5.gif (7350 byte)


Grafico 6

I fidi alle imprese garantiti dai titolari
  

Graf6.gif (5477 byte)


Grafico 7

Il meccanismo
  

Graf7.gif (16107 byte)


Comments